CoRPArt
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CoRPArt – Connettere e Rigenerare con il Patrimonio Artistico Culturale
Il progetto CoRPArt – Connettere e Rigenerare con il Patrimonio Artistico Culturale mira a potenziare la fruibilità, la produzione culturale e l’accessibilità del MOSS – Ecomuseo Diffuso Scampia, attraverso la creazione dell’installazione Corpi Comunicanti, un’opera artistica collettiva e multisensoriale.
L’installazione raccoglierà e restituirà le narrazioni, le immagini e i suoni della comunità locale, grazie al coinvolgimento attivo di giovani, scuole, artisti e partner istituzionali.
Attraverso laboratori e percorsi formativi, verranno raccolte e digitalizzate fotografie, storie orali, suoni e documenti che confluiranno in un archivio digitale e fisico basato su metodologie di archiviazione riconosciute a livello nazionale (ICCD).
L’installazione sarà un dispositivo interattivo, aperto e in continua evoluzione, concepito come archivio partecipativo accessibile a tutti e come piattaforma condivisa per la memoria collettiva del quartiere.
Il percorso laboratoriale con Cristina Bellemo
Capitolo 1 – Gli incontri con gli studenti e le studentesse
In una società moderna dove l’apparenza e le censure sono pilastri fondanti dell’individualismo e della società capitalistica competitiva, le parole e le voci devono essere la nostra cappa e la nostra spada, affinché tutti possano essere liberi. Questo è stato il mantra con cui in questi giorni abbiamo lottato, insieme a Cristina, affinché tutti i ragazz* delle scuole Pertini e Montale di Scampia avessero finalmente una propria voce, per non esser più bambin* senza alleati. Li abbiam lasciati liberi di sognare, scrivere, divertirsi, sporcarsi, esprimersi, preoccuparsi, sfogarsi, in una parola, vivere. Per qualche ora hanno avuto l’opportunità di posare le maschere, abbassare le insicurezze e riversarle in qualsiasi cosa si sentissero di realizzare, in uno spazio mai giudicante, bensì accomodante e che desse valore ad ogni singolo pensiero. Vi è però una osservazione da fare, severa, ma doverosa: le osservazioni fatte fino ad ora non sono rivolte esclusivamente ai ragazz* con cui abbiamo lavorato, ma soprattutto agli adulti; riteniamo infatti che siano loro i primi a dover tornare bambini, in un luogo dove non esiste giudizio alcuno, e finalmente mostrare (agli altri e soprattutto a se stessi) il bambino interiore che tanto scalpita per essere nuovamente libero di giocare, sporcarsi e sognare. In un oceano di libertà, è meglio cavalcare le onde piuttosto che esser dighe.
a cura di Mario Civitaquale
“Un sogno condiviso diventa ancora più straordinario”, scrive una ragazza della “S. Pertini”. Protagonist* le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi delle scuole del territorio, coinvolti nei laboratori con Cristina Bellemo. Non un semplice laboratorio, ma un’esperienza che lascia il segno. Raccontare il proprio luogo – dove si è cresciuti, dove si gioca, dove si può essere davvero se stessi – con uno sguardo attento e una cura profonda verso le parole. Le parole diventano ponti, strumenti per conoscersi e riconoscersi. In ogni classe, un universo. Ogni voce, una storia. Le strade, i cortili, i colori, i sogni: tutto prende forma nella scrittura. Nessuno resta in silenzio, nessuno resta indietro. Cristina Bellemo ha guidato questo viaggio con delicatezza e rispetto, aiutando ciascun* a trovare la propria voce, a darle fiducia, a sentirla importante. La scuola diventa così uno spazio dove si può sognare insieme, dove si impara ad ascoltare gli altri e a raccontarsi con coraggio. Perché quando si scrive il proprio mondo, si impara anche ad abitarlo meglio. E in quelle pagine, tra sogni e memorie, cresce qualcosa di prezioso: il senso di appartenenza, la voglia di prendersi cura del proprio territorio. Un’esperienza che non finisce con la fine del laboratorio, ma continua nei pensieri, nei gesti, nelle parole di ogni giorno. Perché se condiviso, un sogno può davvero diventare realtà.
a cura di Pasquale Frattini
Abbiamo cercato le parole, le abbiamo lette ad alta voce, ravanate in una scatola di latta, ritagliate e incollate, messe insieme su un filo o scritte a mano su un foglio. Le abbiamo guardate, accarezzate e poi le abbiamo maneggiate con cura perché “scegliere le parole può cambiare il mondo”, come ci ha raccontato Cristina Bellemo. Una scelta trasgressiva, nel vero senso della parola di “passare oltre, superare il limite” che è un po’ come nascere di nuovo. Ed è proprio per questo che le parole vanno curate. Insieme ai ragazzi del progetto La mia banda è pop del bando Cambio rotta di Con i bambini, abbiamo ascoltato le parole di Cristina, alcune dalle poesie e dagli albi che ha scritto, e poi abbiamo cercato le nostre. Le abbiamo scelte con cura estrema affinchè ci rappresentassero e raccontassero fedelmente quello che abbiamo dentro. Non è stato immediato per tutti rompere il ghiaccio con uno strumento così potente come le parole. Sul tavolo avevamo varie parole a disposizione e “incipit in prestito”. Poi c’erano diverse immagini in cui ognuno ci ha visto qualcosa ogni volta diversa. A quel punto le parole, quelle di ciascuna e ciascuno, sono venute fuori come un processo naturale. È stato allora che le abbiamo toccate con mano e capito che potevano essere di tutte e tutti, anche di chi non le aveva mai sperimentate. Le abbiamo scritte a mano su carta, disegnate, appese a un albero come foglie, sgrovigliate come un gomitolo, messe insieme nei nostri quaderni e quando le abbiamo lette o fatte leggere agli altri abbiamo sentito la loro forza. In due pomeriggi trascorsi insieme sulla terrazza di Chikù abbiamo raccolto parole, racconti e storie di tutte e tutti. Ci siamo commossi insieme scoprendoci più vicini di quanto potesse sembrare perché alcune parole ci univano forte, come “mamma” e “Scampia”. Ci siamo divertiti a esplorare mondi che non conoscevamo e storie come quella de “Il soldatino” che racconta di pace e di un mondo che può cambiare. Quelle parole e quelle immagini hanno tirato fuori qualcosa che tenevamo dentro, pensieri, ricordi o emozioni. Qualcuno ha espresso il suo senso di inadeguatezza vissuto quando andava a scuola e dove tutto sembrava freddo. Qualcun altro si è riconosciuto nell’immagine di un lupo solitario, forte, ma sempre solo. “La mia casa per me è pace e sicurezza”, ha scritto un altro. Abbiamo raccolto le parole di tutte e tutti per custodire affinché non vadano perse ma tenute insieme e seminate…
a cura di Rossella Grasso
Capitolo 2 – Gli incontri con i ragazzi de La mia banda è pop
Capitolo 3 – Gli incontri al campo rom di Cupa Perillo
Il tramonto al campo di Cupa Perillo a Scampia ha sempre avuto un alone di magia. Siamo arrivate con Cristina, Massimiliano, Giovanna, Francesca, Pasquale, Mario, Peppe, Rossella, Emma, Biagio quasi in punta di piedi: un gruppetto numeroso, forse troppo, curioso, interessato a capire, a conoscere, a raccontare e soprattutto – e prima di tutto – ad ascoltare. Che cosa succede dopo quarant’anni di vita e di tre generazioni di comunità rom che hanno fatto la storia di quell’area agricola al confine tra città e provincia? Dal vecchio bar di Nino, sotto il ponte dell’asse mediano dove oltre quindici anni fa abbiamo fatto il murale E’ permesso!? che ancora resiste all’usura del tempo e del sole, spunta Rada, sorridente, che ci confida velocemente la totale incertezza in cui si trovano attualmente. Restare, andare, aspettare. Dove, come, chissà. Il loro avamposto, un tempo crocevia di storie e persone, oggi resiste nel focolare e nelle attività quotidiane ma non ha più quella funzione sociale, aggregativa e commerciale di prima. Lei è affettuosa e gentile come sempre, ma visibilmente indaffarata, noi non vogliamo fare gli invasori, e quindi decliniamo l’invito per il caffè, rimandandolo ad un momento successivo. Decidiamo di proseguire il nostro giro portando la piccola carovana sulla strada scoscesa e piena di fossi della cosiddetta variante sinistra. E’ primavera e il terreno è asciutto quindi possiamo evitare le buche camminando sui bordi che costeggiano vecchie baracche ormai disabitate. Con la pioggia, quelle buche diventano pozze profonde di fango dove abbiamo lasciato molte ruote. Ci ricordiamo di quando venti anni fa andavamo a prendere fin dentro le baracche Dusko e gli altri piccoli e giovani attori di Arrevuoto che ci tenevano ad arrivare alle prove con scarpe bianche e scintillanti, che quel pantano di terreno e detriti avrebbe inevitabilmente rovinato. Rivediamo quella strada dissestata un tempo attraversata da sciami di ragazzin*, e i ricordi ci assalgono. Riusciamo a trattenere le parole con la commozione grazie all’incontro e al saluto gioviale di Dejan, che con tutta la sua famiglia ci invita a entrare nella loro baracca rosa curata nei dettagli. Non possiamo indugiare sulla soglia né tergiversare troppo, perché con grazia e velocità nel patio esterno compare dal nulla un cerchio di numerose sedie che ci accoglie tutte e tutti. Capiamo che il cerchio funziona, le curiosità sono reciproche, gli occhi e i sorrisi si incrociano. Le storie iniziano a fluire, la penna di Cristina prende appunti discretissimi, in un’atmosfera di pace e rispetto.
a cura di Emma Ferulano
C come curiosità, cura, cammino – insieme, ma anche ciascuna con il proprio sguardo. Oppure come chiacchiere, coraggio, corpi – in movimento, fragili, resistenti. O ancora come calma, cucina, casa – Chikù, il nostro punto di ritrovo.
C come custodi – di una memoria passata, presente e in costruzione.
C come Cristina, che ci ha portato con la sua grazia e il suo tocco incantato, i suoi quaderni taccuini fili bottoni e scatoline a risignificare parole che ci sembravano fin troppo conosciute, a scovare grovigli da sciogliere con pazienza. Con cui siamo andate in giro in un delicatissimo incontro con il quartiere di Scampia per dare inizio alla nostra ricerca comune e raccolta di parole, soprattutto, che raccontano di vite, storie e trasformazioni, imparando che possono essere leggerissime o pesantissime e che possono cambiare il mondo, e noi stesse.
La settimana con Cristina, e i molti laboratori con bambine giovani persone adulte di molte e diverse provenienze, è finita sul calendario ma ha aperto uno squarcio temporale di possibilità che quasi ci sembra di stare ancora a passeggiare al campo alla luce del tramonto, o a conversare dell’importanza dell’amicizia, o a osservare l’invadenza degli adulti nei processi creativi dei più piccoli, o a ragionare delle future installazioni pubblicazioni azioni. Ora è tempo di mischiare carte, lettere e appunti e vedere come continua il nostro alfabeto comune.
a cura di chi rom e…chi no
Capitolo 4 – Inizia così il nostro viaggio…
